Le navi bruciate

Secondo i dizionari di lingua italiana più diffusi, con l’espressione “bruciarsi le navi alle spalle” si intende precludersi ogni possibilità di ripensamento rispetto a una decisione presa; è l’interpretazione metaforica dell’idea di escludere ogni possibile scelta alternativa.

Colui che per primo decise materialmente di escludere qualsivoglia reversibilità alla decisione presa viene universalmente considerato Alessandro Magno, anche se gli storici non sono unanimemente convinti sulle concrete modalità con cui si sbarazzò della propria marina. Alcuni storici ritengono che il grande stratega macedone fosse particolarmente preoccupato dalla fattibilità della creazione di una testa di ponte sulla penisola anatolica in mano ai Persiani; fu così che ordinò alle navi che avevano sbarcato l’esercito macedone di fare rientro in Patria, in tal modo i suoi soldati furono privati anche della possibilità di ipotizzare o sperare in una ritirata qualora i Persiani si fossero dimostrati militarmente più forti. Il loro condottiero li mise (e si mise) nella scelta tra il vincere e il morire. Nessun incendio quindi e nessuna compromissione della capacità di trasporto truppe della flotta di Alessandro.

Qualcun altro considera invece lo spagnolo Hernàn Cortés come il fautore di questa tattica militare piuttosto estrema: dopo essere sbarcato in Messico notò con preoccupazione che i suoi marinai avevano posto la prua in direzione del mare, pronti a partire nel caso in cui gli indigeni del posto si fossero mostrati non particolarmente propensi alla sottomissione al giogo spagnolo. Al fine di evitare ogni ulteriore problema o ripensamento, decise di dar fuoco alle sue navi. Altri storici fanno invece riferimento ad una situazione leggermente differente che inerisce ai rapporti non particolarmente idilliaci tra Cortés ed il governatore di Cuba da cui dipendeva: infatti, malgrado questi lo avesse destituito come suo segretario e avesse conseguentemente annullato la spedizione, Cortés partì  lo stesso alla volta del Messico  il 18 febbraio 1519 con 11 navi, 100 marinai e 508 soldati, dotati di cavalli, animali allora sconosciuti in America, cani da combattimento e armi da fuoco. Una volta sbarcati sulle coste messicane, per evitare possibili diserzioni da parte degli uomini a conoscenza dell’annullamento della spedizione, diede ordine di smontare i brigantini, conservando solo vele e gomene. Come in Persia, anche qui di fiamme non se ne videro.

E’ quindi presumibile che dietro la traduzione metaforica dell’atto di gettare un cerino contro il fasciame altamente infiammabile degli scafi in legno dell’epoca, nessun fuoco si sia mai levato. Ma ciò non significa che sia l’esercito macedone che la spedizione spagnola abbiano potuto mantenere la possibilità di scelta tra il combattere e il fuggire.

Effettivamente l’immagine di navi alle fiamme è particolarmente evocativa e rende molto bene l’idea di colui che si trova nella impossibilità di scegliere ma è costretto ad agire ed è costretto a farlo solo in un senso.

Talvolta “le navi alle spalle” sono proprio i nemici a bruciarle, coloro i quali avrebbero dovuto invece ricordare che “qua fugiunt hostes, via munienda est”. Già più di duemila anni fa avevano capito gli antichi Romani che al nemico che vuole fuggire bisogna non solo indicargli la direzione, ma garantire anche una via di fuga sicura .

L’alternativa è non lasciare alternativa al nemico: ammesso che abbia deciso di abbandonare la lotta, se gli si toglie ogni possibilità di scappare, lo si costringe a battersi con la forza di chi non ha più nulla da perdere, trasformando un pigro pacifista in un formidabile guerriero.

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